I nuovi PIR: tutto quello che c’è da sapere

Dopo la battuta d’arresto di un anno fa, i Pir potrebbero nel 2020 trovare nuova linfa e generare importanti investimenti. La legge di bilancio, infatti, ne ha modificato parzialmente gli obblighi, rendendoli potenzialmente più attraenti per i risparmiatori italiani. Gli analisti, infatti, sono concordi nel ritenere che, nei prossimi mesi, questi strumenti finanziari potrebbero generare flussi pari almeno a 2,5 miliardi di euro. Offrendo, dunque, una altrettanto significativa fonte di finanziamento per le piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto connettivo dell’economia italiana.

Cosa sono

I Pir, cioè Piani individuali di risparmio, introdotti dalla legge di bilancio del 2017, sono destinati unicamente ai privati e sono nati per incoraggiare l’investimento di medio-lungo termine delle famiglie italiane in favore dell’economia reale. Si tratta di strumenti che sono un “contenitore” di altri prodotti. Possono assumere la forma di fondi comuni, gestioni patrimoniali o contratti di assicurazione e hanno la caratteristica di offrire l’esenzione fiscale, a patto che il risparmiatore si impegni a mantenerli in portafoglio per almeno 5 anni.

La principale caratteristica dei Pir, però, è quella di convogliare flussi di nuovi capitali verso le imprese a piccola e media capitalizzazione, generando in questo modo un canale di finanziamento alternativo al classico sistema bancario. Per questo, il 70% del patrimonio del Pir deve essere investito in titoli (azioni e obbligazioni) emessi da imprese italiane o europee stabilite in Italia. Mentre il restante 30% non ha vincoli.

Cosa cambia nel 2020

I nuovi strumenti finanziari disegnati dalla legge di bilancio del 2020 sono stati definiti Pir 3.0. La principale novità riguarda il superamento dei due obblighi introdotti per la prima volta nel 2019. La finanziaria di un anno fa, infatti, prevedeva che il 3,50% del capitale fosse investito in Venture Capital e una quota sempre pari al 3,50% fosse da destinare a società quotate sull’AIM (mercato regolamentato gestito da Borsa Italiana e dedicato alle Pmi italiane ad alto potenziale di crescita). Una modifica che non era piaciuta ai potenziali risparmiatori: dopo i 10,9 miliardi di raccolta del 2017 e i 3,9 miliardi del 2018, infatti, lo scorso anno i fondi Pir hanno vissuto per la prima volta una raccolta negativa pari a -821 milioni.

Ecco allora che, per dare nuova linfa a questo strumento, nel 2020 l’unico obbligo è di destinare il 5% del patrimonio conferito nel Pir in strumenti finanziari di aziende non rappresentate nel FtseMib e nel FtseMid Cap, eliminando di conseguenza il vincolo di investimento nel venture capital.

In particolare, significa che una quota pari al 17,50% del valore complessivo deve essere investito in Mid Cap e Small Cap. Mentre il 5% di quel 70% da collocare in imprese italiane (vale a dire il 3,50% del portafoglio complessivo) deve essere collocato in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib e Ftse Mid della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Cioè esclusivamente in Small Cap.
Tra le altre novità 2020, infine, è prevista la concessione alle Casse Previdenziali e ai fondi di detenere più di un Pir, nel limite del 10% del patrimonio.

 

A cura della redazione di "OfNetwork"

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