Ora “la folla” può finanziare le PMI. Vantaggi per le imprese e i risparmiatori

È uno strumento di finanza alternativa. Nel 2017, il crowdfunding è cresciuto del +45% rispetto al 2016. Ma grandi novità sono arrivate con la nuova normativa che estende la possibilità per gli investitori di finanziare non solo le startup innovative ma qualsiasi tipologia di Pmi. Cosa accade? E chi può beneficiarne?

Il crowdfunding, cioè il “finanziamento dalla folla”, in Italia si sta dimostrando un valido strumento di finanza alternativa con un aumento nel 2017, secondo Starteed, società che da anni monitora lo stato di salute del settore, del 45% rispetto al 2016.
Tra le varie forme di crowdfuding, quello che più si addice a startup e Pmi italiane è l’equity crowdfunding. Anche grazie alla nuova regolamentazione della Consob di gennaio 2018 che estende la possibilità, per gli investitori, di non supportare finanziariamente più solo le giovani startup e le Pmi che operano in ambito innovativo e tecnologico, ma qualsiasi tipologia di piccola e media impresa italiana.

La liberalizzazione dell’equity crowdfunding consente quindi di beneficiare della raccolta online di fondi a questi tipi di imprese (secondo la definizione dell’Unione Europea):

  • microimprese con meno di 10 dipendenti e un fatturato/totale di bilancio fino a 2 milioni di euro
  • piccole imprese con meno di 50 dipendenti e un fatturato/totale di bilancio inferiore a 10 milioni di euro
  • medie imprese con meno di 250 dipendenti e un fatturato inferiore a 50 milioni di euro (o un totale di bilancio fino a 43 milioni di euro).

Chi sceglie, attraverso le piattaforme dedicate, di investire in un’impresa che fa affidamento sull’equity crowdfunding per la raccolta di fondi necessari al suo business, non effettua una donazione e tantomeno riceve in omaggio un regalo o un prototipo del prodotto finanziato, come avviene invece per i tradizionali crowdfunding definiti “donation-based” e  “reward-based”.
In questo caso la “ricompensa” è l’acquisizione da parte dell’investitore di titoli di partecipazione della società finanziata, proprio come farebbe un azionista che decide di effettuare un investimento e acquistare una quota di un’impresa.

Regolamentato per la prima volta in Europa proprio in Italia nel 2013, l’equity è la forma di crowdfunding che più sta vivendo un importante boom, spinto anche dalla nuova regolamentazione e la conseguente apertura a tutte le Pmi. Con una raccolta che nei primi mesi del 2018 ha già raggiunto i 5,9 milioni di euro contro i 12 raccolti in tutto l’arco del 2017, secondo i dati forniti dal database di CrowdfundingBuzz.

A fare la parte del leone in questo settore sono principalmente due piattaforme autorizzate dalla Consob: MamaCrowd e Crowdfundme.
In entrambi i casi, una volta effettuata la registrazione il possibile investitore accede alle vetrine virtuali delle imprese che necessitano di “finanziamenti dal basso”.
In questo modo può leggere i documenti dell’azienda e il suo business plan dettagliato, conoscere il costo del suo investimento e calcolarne l’equity.

Solitamente sono le singole startup o Pmi che scelgono un chip minimo (quota) da investire nella campagna, in media intorno ai 250 euro. Solo, però, se l’importo impostato dall’azienda come obiettivo della campagna viene completamente finanziato, allora la somma indicata come investimento viene realmente corrisposta e l’investitore viene iscritto nel libro soci dell’impresa.
In caso contrario, la piattaforma si impegna a rimborsare subito l’investitore.

A cura della redazione di OfNetwork