Previdenza, quando la pensione non basta

Il sistema previdenziale è molto cambiato negli ultimi anni e probabilmente le riforme realizzate non saranno le ultime. Il peso della spesa pensionistica è troppo alto e lo Stato sicuramente cercherà di ridurlo. Questo rischia di creare una generazione di pensionati “poveri”. L’importanza di conoscere la propria posizione contributiva e cosa fare per non subire un drastico calo del proprio stile di vita una volta usciti dal mondo del lavoro. Gli strumenti, dai fondi pensione ai Pip, che possono aiutare i lavoratori di oggi a essere pensionati fortunati di domani.

La riforma Fornero è stata uno dei più grandi interventi sul sistema pensionistico italiano degli ultimi anni. E ancora prima il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha rappresentato una vera rivoluzione, specialmente per i contribuenti più giovani.
Il sistema italiano comunque è lungi dall’essere arrivato all’equilibrio. Nuovi interventi arriveranno. È di questi giorni, per esempio, la proposta per studiare un sistema che permetta un pensionamento anticipato, ma con una forma di penalizzazione, e contemporaneamente consentire ai giovani di accedere al mercato del lavoro.
Il tema delle pensioni è quindi sempre più centrale, specialmente in un Paese come l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità, oltre che la crisi degli ultimi anni, impongono di fare scelte che vadano verso il taglio della spesa pubblica.
In tempi di spending review, tuttavia, il costo della previdenza sul sistema paese continua a crescere. Secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre, tra il 2014 e il 2015 la spesa pensionistica-assistenziale è passata da 320,3 a 323,4 miliardi di euro, aumentando di 3,1 miliardi in un anno (al netto dell’intervento degli 80 euro voluto dal governo Renzi, che rientra in questa voce di bilancio).
Nonostante questi livelli di spesa, però, le condizioni di molti pensionati sono difficili e con il passare del tempo aumenterà il numero di quelli che rischiano di rientrare nelle fasce a rischio povertà. Maggiore attenzione alla propria uscita dal mondo del lavoro e a come garantirsi un futuro pensionistico economicamente sostenibile va comunque prestata da tutti, perché con il sistema contributivo si è allargata la forbice tra l’ultima retribuzione e il trattamento pensionistico: alcuni lavoratori vedranno il proprio reddito pensionistico decurtarsi fino, se non oltre, il 40% rispetto alla retribuzione. Va in questa direzione l’iniziativa promossa dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che sta inviando a circa 7 milioni di contribuenti la “busta arancione” per verificare la propria posizione contributiva e quanto si percepirà una volta in pensione e a quanto ammonterà il gap previdenziale.
Per non rischiare di vedere intaccato il proprio stile di vita, assumono sempre più importanza, quindi, il secondo e il terzo pilastro della previdenza, ovvero la previdenza complementare (fondi pensione aperti o chiusi) e la previdenza individuale (strumenti finanziari di vario tipo, come le polizze vita).
In Italia I fondi pensione integrativi sono arrivati più tardi rispetto alla maggior parte dei Paesi avanzati e le adesioni sono ancora troppo basse: secondo i dati della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) nel 2015 gli italiani iscritti a forme di previdenza integrativa hanno raggiunto quota 7,2 milioni, in aumento del 12,1% rispetto al 2014, grazie soprattutto al boom dei fondi contrattuali (+24,4%), con l’iscrizione automatica prevista dal contratto degli edili. Tuttavia, nel corso del 2015 è cresciuto anche il numero di chi ha interrotto i versamenti passato a 1,8 milioni da 1,6 milioni nel 2014. Eppure solo questi sistemi potranno fare la differenza tra una vecchiaia serena e un’uscita difficile dal mondo del lavoro. 

A cura della redazione de "Il Sole 24 Ore"