Elit May 13, 2021

Financial Repression e trend demografici

Strumenti strategici per stimolare l’economia: un tema già presente da molti anni, che la pandemia e le dinamiche demografiche hanno reso più pressante.

A cura del Team CIO & Consulenza Avanzata di Deutsche Bank – International Private Bank (IPB)

La crescita del PIL tornerà su valori positivi nel 2021. Le politiche reflazionistiche in risposta al forte impatto economico del coronavirus hanno portato i mercati ad anticipare una certa ripresa dell’inflazione e, in molte economie, i rendimenti obbligazionari sono aumentati.
Nessuno, tuttavia, prevede un rapido ritorno dei tassi di interesse ai livelli di qualche decennio fa. Nel contesto storico i tassi di interesse sono ancora a livelli estremamente bassi e le principali Banche Centrali hanno dichiarato che sopporteranno dei livelli di inflazione sopra i target definiti in precedenza, mantenendo quindi bassi i tassi di interesse. Da questo punto di vista, va sottolineato che bassi tassi di interesse abbassano il costo del denaro ma possono anche rendere più difficile raggiungere gli obiettivi di investimento. Influenzano anche i livelli di debito e i prezzi delle asset class. Questa è una questione di grande importanza per tutti gli investitori.

La “Financial Repression” è una realtà che precede di gran lunga la pandemia del 2020: come accaduto con altri temi, il coronavirus non ha fatto altro che accelerare una tendenza che era già in atto. Salì per la prima volta alla ribalta all’inizio della crisi finanziaria globale (GFC) del 2007-2008, quando molte Banche Centrali utilizzarono la Financial Repression (in termini di tassi di interesse più bassi e quantitative easing) come strumento strategico per stimolare l’economia.

Ma ancora prima dell’avvento della crisi finanziaria del 2008, in Giappone si erano già sperimentate politiche monetarie espansive a seguito della crisi degli anni ’90. Per questo, il Paese del Sol Levante è spesso citato anche come esempio di come la contrazione a lungo termine della popolazione in età lavorativa possa tradursi in una lunga fase di stagnazione economica (che è anche strettamente correlata, come indicato sopra, a tassi di interesse più bassi). L’aumento dell’aspettativa di vita e la diminuzione dei tassi di fertilità senza corrispondenti movimenti migratori compensativi hanno avuto un impatto significativo sulla popolazione totale in età lavorativa del Giappone.

Gran parte dei Paesi Sviluppati dell’Eurozona sta vivendo tendenze demografiche simili, in cui il tasso di fertilità delle generazioni nate dopo il 1965 è significativamente più basso rispetto ai “baby boomers”. In Europa, però, l’immigrazione può aiutare a mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione.

Persino la Cina - come conseguenza della politica del figlio unico introdotta nel 1980 - affronterà una fase di declino della popolazione nei prossimi decenni. Uno studio dell’Institute for Health Metrics and Evaluation - IHME prevede pressoché un dimezzamento della popolazione cinese dagli oltre 1,4 miliardi di oggi a 730 milioni entro il 2100.

L’invecchiamento della popolazione ha anche un grande impatto sul comportamento rispetto al risparmio e quindi sui tassi di interesse di equilibrio. Le popolazioni che invecchiano tendono ad avere tassi di risparmio più alti durante la vita lavorativa attiva perché devono risparmiare per provvedere a un periodo di pensionamento più lungo rispetto agli anni precedenti.

La Financial Repression nella sua forma attuale rende la conservazione del capitale (anche in termini nominali) ancora più difficile. Le obbligazioni Investment Grade non forniscono più rendimenti nominali positivi significativi, il che spinge spesso gli investitori a sostenere rischi più elevati rispetto a quelli che sostenevano in passato per ottenere gli stessi rendimenti. Adesso, infatti, accettare livelli maggiori di rischio è un prerequisito quando ci si approccia alla costruzione del proprio portafoglio. I bassi tassi d’interesse hanno particolarmente contribuito a dare impulso a certi tipi di azioni cambiando la misura con cui “scontiamo” il futuro.

Nel complesso, la Financial Repression è qui per rimanere. Gli investitori devono quindi accettare la situazione e pianificare di conseguenze le proprie scelte d’investimento.
Una risposta ovvia potrebbe sembrare quella di destinare una porzione maggiore del portafoglio in azioni. Ma gli eventi di rischio di coda (come ci è stato brutalmente ricordato dalla pandemia del coronavirus) dimostrano che la diversificazione rimane la chiave di ogni asset allocation strategica, dato che le situazioni possono cambiare in modo inaspettato e rapido.


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