Insights
September 14, 2026
A rischio le forniture petrolifere saudite
Autori: Dr. Ulrich Stephan, Chief Investment Officer Germany - Dr. Dirk Steffen, Chief Investment Officer EMEA - Wolf Kisker, Senior Investment Strategist - Ahmed Khalid, Senior Investment Strategist
Key takeaways
Che cosa è successo?
I mercati energetici hanno iniziato la settimana in rialzo: questa mattina il Brent scambiava in prossimità di USD 108 al barile, con un aumento del 3%. A spingere le quotazioni sono stati gli attacchi, tramite droni, contro le infrastrutture petrolifere saudite. Giovedì scorso erano state colpite alcune stazioni di pompaggio lungo il cruciale oleodotto East-West, noto anche come Petroline. Gli attacchi sarebbero stati condotti da miliziani operanti in Iraq e, finora, sono stati confermati danni a due stazioni di pompaggio situate nelle aree di Riad e Medina. Questi impianti mantengono la pressione necessaria a trasportare il greggio lungo l’oleodotto, che si estende per circa 1.200 chilometri. A titolo precauzionale, l’Arabia Saudita ha quindi sospeso temporaneamente i flussi attraverso l’infrastruttura. Con una capacità nominale di 7 milioni di barili al giorno, l’oleodotto ha assunto un’importanza fondamentale perché consente di aggirare lo Stretto di Hormuz, trasportando il petrolio fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Quest’ultimo gestisce oggi la maggior parte delle esportazioni petrolifere saudite, rispetto ad appena il 10- 15% prima dell’inizio del conflitto con l’Iran.
I flussi convogliati in questi mesi attraverso l’oleodotto hanno contribuito in misura determinante ad attenuare le tensioni sull’offerta e a evitare che i prezzi del petrolio raggiungessero livelli potenzialmente destabilizzanti per l’economia. Secondo alcune fonti, qualora l’infrastruttura restasse fuori servizio, le scorte di petrolio disponibili presso il porto di Yanbu potrebbero scendere a livelli critici nell’arco di circa una settimana.
In seguito agli attacchi, i mercati azionari sono finiti sotto pressione. I future sul Nasdaq e sull’S&P 500 registravano cali rispettivamente dell’1,5% e dello 0,6% circa. Le preoccupazioni si sono riflesse anche sui listini europei, con l’EURO STOXX 50 in ribasso di circa lo 0,9%. La debolezza in apertura dei mercati azionari è stata inoltre in parte alimentata dagli appelli di alcuni esponenti del mondo imprenditoriale e accademico a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA), come indicato dalla lieve sottoperformance del settore tecnologico e del mercato statunitense nelle contrattazioni pre-market. I mercati obbligazionari, che nelle settimane precedenti avevano già incorporato movimenti significativi dei rendimenti, sono invece rimasti relativamente calmi. Il rendimento del Treasury statunitense a dieci anni si è mantenuto sostanzialmente invariato, a breve distanza dal 5%, mentre quello del Bund tedesco di pari scadenza è aumentato di 2 punti base (pb). Sul mercato valutario, infine, il dollaro si è rafforzato: tutte le altre valute del G10 si sono deprezzate nei confronti del biglietto verde, con l’euro in calo di oltre lo 0,4%.
Quali sono le implicazioni per gli investitori?
In passato abbiamo ripetutamente richiamato l’attenzione sui rischi per infrastrutture critiche quali oleodotti e porti. La loro importanza per i mercati globali, e la conseguente leva strategica che ne deriva, le rende obiettivi primari per l’Iran, gli Houthi e gli altri gruppi alleati attivi nella regione, come dimostrano gli ultimi avvenimenti. La decisione di descrivere ufficialmente l’interruzione come una misura precauzionale offre una prima rassicurazione. Tuttavia, non è stata indicata alcuna tempistica per la riapertura, né è stata pubblicata una valutazione dettagliata dei danni. L’impatto sui mercati dipenderà quindi non tanto dalla definizione attribuita alla sospensione, quanto dalla rapidità con cui riprenderanno i flussi e dalla capacità delle scorte disponibili a Yanbu di compensare temporaneamente l’interruzione. Agli attuali livelli, i prezzi del petrolio sono già sufficientemente elevati da alimentare le preoccupazioni degli operatori di mercato. Un ulteriore rialzo non farebbe che accentuarle. Il protrarsi di prezzi elevati per petrolio, GNL e carburanti rappresenterebbe soprattutto uno shock negativo dal lato dell’offerta per l’economia mondiale, con effetti al rialzo sull’inflazione e al ribasso su potere d’acquisto, consumi e investimenti. Gli Stati Uniti si confermerebbero relativamente più resilienti, grazie alla minore dipendenza dalle importazioni energetiche. L’area euro risulterebbe invece più vulnerabile, a causa della maggiore spesa per l’importazione di energia e dei più marcati effetti di secondo impatto su salari e inflazione sottostante. In termini indicativi, un aumento persistente del 10% del prezzo del petrolio determina negli Stati Uniti un incremento dell’inflazione complessiva di circa 0,2 punti percentuali (pp) e una riduzione della crescita del PIL intorno a 0,1 pp. Nelle principali economie dell’area euro, l’inflazione complessiva potrebbe aumentare di 0,1-0,5 pp, con un impatto negativo sulla crescita del PIL di entità sostanzialmente analoga. Quanto più a lungo i prezzi dell’energia resteranno elevati, tanto maggiore sarà tuttavia la probabilità che gli effetti diventino non lineari. L’aumento dei costi energetici e di trasporto si trasmetterebbe infatti lungo le catene di approvvigionamento, comprimendo i margini aziendali e alimentando le aspettative d’inflazione. Le banche centrali si troverebbero quindi nuovamente di fronte al difficile equilibrio tra contenimento dell’inflazione e sostegno alla crescita. Le misure fiscali potrebbero attenuare l’impatto su famiglie e imprese, ma rischierebbero di prolungare le pressioni inflattive e di aggravare disavanzi pubblici già elevati. Studi recenti suggeriscono che, nel lungo periodo, le economie siano in grado di adattarsi a interruzioni prolungate delle principali rotte di trasporto del petrolio, attraverso un graduale riassetto dei flussi commerciali, delle catene di approvvigionamento e delle reti di trasporto. Ciò contribuirebbe a limitare l’impatto sulla crescita potenziale.
restrittive, determinando un aumento dei rendimenti in diversi mercati principali. Un ulteriore rialzo persistente dei prezzi dell’energia potrebbe inizialmente rafforzare questo movimento, alimentando le aspettative d’inflazione a breve termine e aumentando la probabilità che le banche centrali mantengano un orientamento restrittivo più a lungo. Con il passare del tempo, tuttavia, la reazione dei tassi potrebbe diventare meno uniforme. Qualora il rincaro dell’energia iniziasse a pesare sulla crescita, le curve dei rendimenti potrebbero appiattirsi e i titoli di Stato a più lunga scadenza potrebbero infine beneficiare di una rinnovata domanda di duration e di beni rifugio. Questo aspetto è particolarmente rilevante per l’Europa, dove i prezzi elevati del gas e la necessità di ricostituire le scorte in vista dell’inverno potrebbero essere ulteriormente aggravati dagli effetti inflazionistici del rincaro del petrolio. La possibilità di assicurarsi rendimenti obbligazionari elevati potrebbe inoltre aumentare la concorrenza nei confronti dei mercati azionari. Finora l’azionario ha mostrato una buona capacità di tenuta, sostenuto dalla robusta crescita degli utili e dal proseguimento degli investimenti legati alla spesa per l’IA. Tuttavia, prezzi del petrolio e rendimenti obbligazionari più elevati potrebbero rendere il contesto più impegnativo, in particolare per i settori ad alta intensità energetica, quelli maggiormente esposti ai consumi e quelli caratterizzati da un’elevata leva finanziaria. L’inserimento selettivo di settori difensivi può contribuire a rafforzare la resilienza dei portafogli.
Ci attendiamo quindi un contesto di mercato piuttosto complesso, nel quale le tensioni geopolitiche e l’andamento dei prezzi dell’energia, la verifica della tenuta dell’ipotesi di un superciclo dell’IA e le oscillazioni dei mercati obbligazionari potranno alternarsi oppure incidere simultaneamente sui mercati.
Nel complesso, manteniamo tuttavia una visione positiva sull’azionario nel medio termine, soprattutto alla luce di fondamentali solidi e di una robusta crescita degli utili.
Anche l’economia globale continua a mostrare una relativa resilienza, mantenendo contenuti i rischi di recessione. Eventuali ulteriori fasi di debolezza potrebbero quindi offrire interessanti opportunità di acquisto. Un’attenta analisi e gestione dei rischi restano, naturalmente, imprescindibili.
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