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June 15, 2026
L'accordo temporaneo tra USA-Iran sostiene i mercati, ma i rischi rimangono
Autori: Dr. Ulrich Stephan, Chief Investment Officer Germany - Wolf Kisker, Senior Investment Strategist
Key takeaways
Che cosa è successo?
Domenica 14 giugno, USA e Iran hanno annunciato un’intesa preliminare volta a porre fine al conflitto attuale, riaprire lo Stretto di Hormuz e riportare il confronto dal piano militare a quello diplomatico. Le prime indiscrezioni indicano che le parti abbiano concordato un memorandum d’intesa (MoU) – una cornice preliminare e non ancora un trattato definitivo – la cui firma formale è prevista per venerdì 19 giugno in Svizzera. Secondo le bozze di fonte iraniana, l’accordo si articolerebbe in 14 punti e includerebbe, tra i vari aspetti, un rilassamento graduale delle restrizioni all’export di petrolio iraniano, lo sblocco di circa USD 12 miliardi di asset iraniani congelati all’estero e la riapertura dello Stretto di Hormuz nei prossimi 30 giorni. L’intesa prevederebbe anche una finestra negoziale di 60 giorni per affrontare i temi più importanti, tra cui il programma nucleare iraniano, gli impegni per la ricostruzione dell’Iran, l’alleggerimento delle sanzioni e la sequenza con cui le misure verranno implementate. È importante sottolineare che questi dettagli non sono stati confermati in via ufficiale, pertanto devono essere interpretati con cautela. I mercati hanno reagito positivamente alle notizie – un movimento già anticipato dalla chiusura in forte rialzo negli Stati Uniti di venerdì – con un movimento “risk-on” alimentato dal calo dei prezzi del petrolio, dalla discesa dei rendimenti obbligazionari e dalla riduzione dei timori di breve termine legati ai prezzi dell’energia. In questo momento, il Brent si attesta intorno agli USD 83 al barile, in calo di quasi il 5%, mentre il WTI statunitense registra un ribasso ancora più marcato, di riflesso alle aspettative di riapertura dello Stretto di Hormuz e alla graduale normalizzazione dell’offerta globale. Allo stesso tempo, la minore domanda di beni rifugio indebolisce il USD, mentre i rendimenti globali scendono – con il Treasury USA a 10 anni in calo di circa 4 punti base (pb) al 4,45% – in scia ad una riduzione dei rischi inflattivi nel breve termine. L’oro rappresenta l’eccezione più evidente. Tipicamente nei contesti di “risk-on”, i prezzi dell’oro tendono a diminuire a seguito della riduzione del rischio geopolitico. Ma oggi le quotazioni dell’oro registrano un rialzo del 2,7%, recuperando dai minimi degli ultimi sette mesi, favorito da un calo dei rendimenti obbligazionari e dalla discesa del USD.
Quali sono le implicazioni per gli investitori?
Se l’accordo venisse formalmente firmato da entrambe le parti questo venerdì, come da programma, sarebbe un passo diplomatico costruttivo. Non costituirebbe ancora un accordo di pace definitivo, ma consentirebbe di guadagnare tempo, una riduzione dei rischi di coda nel breve termine e gettare le basi per un’intesa più articolata, duratura e potenzialmente stabile. Se così fosse, i prezzi dell’energia potrebbero entrare in una fase di movimento laterale sui livelli attuali, con rischi orientati al ribasso nel caso in cui i progressi diplomatici si tradurranno in un esito concreto con una rapida ripresa della produzione e dei flussi energetici.
Dal punto di vista macroeconomico, questo scenario ridurrebbe l’impatto negativo sulla crescita statunitense, un aumento solo temporaneo dell’inflazione headline e un effetto meno pronunciato sull’attività dell’Eurozona rispetto a quanto temuto nella fase più acuta della crisi. Per le Banche Centrali, questo contesto suggerirebbe un approccio prudente: la Fed dovrebbe mantenere l’attuale atteggiamento attendista, mentre la BCE potrebbe limitarsi a monitorare l’evoluzione dello scenario nei mesi estivi dopo aver già alzato i tassi scorsa settimana.
In termini di asset allocation, si rafforzerebbe lo scenario di un “recovery trade” nelle aree che hanno sottoperformato negli ultimi mesi. I titoli ciclici – in particolare in Europa e in alcune aree dell’Asia – potrebbero offrire il maggiore potenziale di recupero, mentre le società a minore capitalizzazione potrebbero sovraperformare le large cap in presenza di un attenuarsi delle preoccupazioni sulla crescita e di condizioni finanziarie più stabili. Negli Stati Uniti, un recupero più ampio del mercato favorirebbe un andamento più equilibrato tra i settori, anziché una leadership concentrata su un numero ristretto di titoli tecnologici. Nel reddito fisso, la riduzione dei rischi inflattivi e il calo dei rendimenti rispetto ai livelli attuali sarebbero un fattore di supporto per i bond. Sul mercato valutario, le implicazioni includerebbero il venire meno di un fattore di sostegno per il dollaro USA e un contesto più favorevole per le valute cicliche e sensibili all’andamento delle materie prime.
Detto ciò, la gestione del rischio resta fondamentale. In primo luogo, come già sottolineato, l’accordo è ancora preliminare e non firmato, e le informazioni disponibili ad ora indicano un quadro più simile ad un memorandum d’intesa che a un quadro di accordo definitivo e pienamente negoziato. In secondo luogo, la sua sostenibilità dipenderà proprio dalle negoziazioni, che rimangono verosimilmente complesse, soprattutto su temi cruciali quali il programma nucleare iraniano, le sanzioni e la sequenza di implementazione delle varie manovre. In terzo luogo, anche in caso di firma, la durata dell’accordo sarà legata al consenso politico interno, in particolare negli Stati Uniti, dove eventuali alleggerimenti o rimozioni delle sanzioni richiederebbero l’approvazione del Congresso. Infine, il fronte Israele- Hezbollah in Libano resta una fonte significativa di rischio geopolitico residuale, con la possibilità che alcuni attori regionali non aderiscano in modo duraturo a un percorso di de-escalation condiviso.
Se l’accordo venisse formalmente firmato questo venerdì, esso rappresenterebbe un progresso diplomatico importante nel corso dell’attuale conflitto. Pur lontano da una soluzione definitiva, contribuirebbe a ridurre i rischi più estremi nel breve termine e creerebbe dei margini di negoziazione per un quadro più solido nel lungo termine. Per gli investitori, uno scenario simile rafforzerebbe il caso a favore di un “recovery trade” sugli asset che sono stati più penalizzati dallo shock energetico, con i settori ciclici che sono rimasti più indietro in questi mesi che potrebbero offrire il maggiore potenziale di recupero, grazie ad un contesto caratterizzato da prezzi del petrolio più bassi, un dollaro più debole e timori inflattivi in riduzione. Il contesto, inoltre, potrebbe supportare una rotazione di mercato fuori da quei posizionamenti ritenuti difensivi e verso una maggiore esposizione al rischio.
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