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April 14, 2026
Stati Uniti, economia in rallentamento
Inflazione stabile negli USA, mentre nell’area euro il mercato dell’energia trascina al rialzo i prezzi.
A cura del Team CIO di Deutsche Bank – Private Bank Italy
Contesto macroeconomico
Nel corso di marzo il quadro macroeconomico statunitense ha mostrato dei segnali di un progressivo indebolimento: i dati pubblicati hanno confermato un rallentamento del momentum economico, ma senza indicare un deterioramento brusco dell’attività. Il rapporto sul mercato del lavoro (i cosiddetti non‑farm payrolls1) di febbraio ha evidenziato una perdita di 92 mila posti di lavoro, ben al di sotto delle attese che indicavano un possibile aumento di circa 60 mila unità. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%, mentre il tasso di partecipazione alla forza lavoro è sceso al 62%, segnalando una graduale distensione delle condizioni occupazionali. I salari orari medi sono rimasti solidi (+0,4% mese su mese e +3,8% anno su anno), a testimonianza comunque di una tenuta salariale nonostante il raffreddamento delle assunzioni e l’estensione delle perdite di posti di lavoro a settori come la sanità, l’informazione, i trasporti e l’impiego pubblico federale.
L’inflazione di febbraio, pubblicata a marzo, si è confermata stabile: il CPI headline2 è aumentato dello 0,2% su base mensile e del 2,4% su base annua, mentre la componente core3 è cresciuta dello 0,3% mese su mese e del 2,5% anno su anno. Il calo dei prezzi energetici e la stabilizzazione dei costi abitativi hanno compensato solo in parte la persistenza delle pressioni nei servizi “supercore”, ossia la componente di inflazione di tutti i servizi non legati al settore immobiliare. Questo mix ha mantenuto la Fed in una posizione attendista, chiamata a bilanciare i segnali di raffreddamento del mercato del lavoro con possibili aumenti dell’inflazione a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. Proprio per questo motivo, i mercati hanno rinviato le attese sul primo taglio dei tassi da parte della Fed.
A livello globale, l’inflazione dell’area euro è tornata a salire al 2,5% anno su anno, trainata dall’energia, rafforzando la posizione di attesa della BCE, mentre nel Regno Unito l’inflazione è rimasta nell’area del 3% anno su anno.
In Asia, l’inflazione giapponese è scesa sotto il 2% anno su anno, mentre la crescita dei prezzi in Cina è rimasta debole.
Obbligazionario
Nel mese di marzo i tassi statunitensi hanno invertito rotta dopo le buone performance dei primi due mesi dell’anno: i Treasury hanno registrato una performance negativa pari a ‑1,7%, con rendimenti in aumento in un contesto di elevata volatilità a causa della rivalutazione del rischio inflattivo legato al conflitto con l’Iran e al conseguente aumento dei prezzi dell’energia. Il rendimento del decennale USA ha oscillato in un ampio range, spingendosi temporaneamente verso area 4,4%, mentre l’aumento dei prezzi del petrolio e le preoccupazioni per possibili interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz hanno fatto aumentare la volatilità che ha prevalso sui flussi tipici verso i beni rifugio durante le fasi di incertezza. I titoli indicizzati all’inflazione, che incorporano l’aumento delle aspettative in inflazione, hanno mostrato una tenuta migliore, pur restando in territorio negativo: i TIPS4 USA hanno perso lo 0,7%, riflettendo un aumento dei rendimenti reali a fronte di aspettative di inflazione ancora elevate. Nonostante la Fed abbia mantenuto i tassi invariati, la parte lunga della curva USA è stata sempre più influenzata dal rischio geopolitico e dalle preoccupazioni inflazionistiche, più che dalle prospettive di politica monetaria nel breve termine.
Anche in Europa sono saliti i rendimenti, ma nel mese di marzo gli spread sono rimasti relativamente stabili.
Nel complesso, il mese di marzo ha segnato un punto di svolta per il reddito fisso globale, con lo shock petrolifero legato all’Iran che ha innescato una vendita generalizzata dei titoli di Stato, mettendo alla prova il ruolo difensivo delle obbligazioni sovrane.
Azionario
Lo shock energetico e l’aumento del rischio geopolitico hanno pesato sulle borse statunitensi che a marzo hanno registrato forti ribassi. L’S&P 500 ha perso il 5%, il Nasdaq il 4,8% e il Russell 2000 il 3,6%.
L’andamento settoriale è stato estremamente omogeneo con l’eccezione del settore energetico che è stato l’unico in rialzo (+10,4%), mentre industriali (‑8,4%) e sanità (‑8,1%) sono stati i peggiori; anche le utility e i finanziari hanno chiuso in calo, seppur più contenuto (‑3,2% e ‑3,5%). La leadership molto concentrata ha rappresentato una netta inversione rispetto alla partecipazione più ampia osservata a febbraio, con i timori per la crescita globale e l’aumento dei costi degli input che hanno colpito quasi tutti i settori al di fuori dell’energia.
Anche i mercati azionari internazionali hanno segnato performance negative: tutte le principali aree hanno chiuso il mese in rosso, con MSCI Asia ex‑Japan (‑13,7%) e MSCI Emerging Markets (‑13%) tra i più penalizzati, per via della loro esposizione allo shock petrolifero.
Nel complesso, marzo ha evidenziato un netto peggioramento del quadro azionario globale, con il rischio geopolitico e l’inflazione tornati a dominare il sentiment e oscurando l’ottimismo sulla crescita degli utili.
Materie prime & Tassi di cambio
L’escalation del conflitto in Iran e le relative tensioni nello Stretto di Hormuz hanno generato un significativo shock energetico a livello globale che si è ripercosso sui mercati delle materie prime e dei tassi di cambio.
Il petrolio WTI5 è salito fino a chiudere il mese intorno ai 101 USD al barile, con i mercati che hanno incorporato un premio di rischio sull’offerta molto più elevato nel breve periodo.
L’oro ha mostrato volatilità elevata: dopo un iniziale rialzo sostenuto dalla domanda di bene rifugio, ha subito una brusca correzione verso la fine del mese, registrando uno dei peggiori cali mensili degli ultimi dieci anni, complice l’aumento dei rendimenti reali e il rafforzamento del dollaro.
Sul fronte valutario, il mercato si è spostato verso un dollaro più forte: l’EUR/USD è sceso intorno a 1,15, il GBP/USD verso 1,32, il USD/JPY in area 160 e l’indice del Dollaro6 (DXY) intorno ai 100 punti.
Nel complesso, marzo ha rappresentato un chiaro punto di svolta su tutte le asset class, con il petrolio sostenuto dal rischio geopolitico sull’offerta e le valute sempre più guidate dai differenziali di inflazione e rendimento.
1 I Non-Farm Payrolls (NFP) sono il numero di nuovi posti di lavoro creati nel settore non agricolo degli Stati Uniti, pubblicati mensilmente dal Dipartimento del Lavoro americano. I NFP sono fondamentali perché forniscono una panoramica chiara dello stato di salute dell’economia americana. L’occupazione influisce su molte altre variabili economiche, come inflazione, vendite al dettaglio e produzione industriale e può influenzare le decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse.
2 CPI Headline: l’indice dei prezzi al consumo complessivo; misura l’inflazione includendo tutte le categorie di beni e servizi, compresi i componenti volatili come energia e alimentari.
3 CPI Core: l’indice dei prezzi “di fondo”; misura l’inflazione escludendo energia e alimentari, che sono le componenti più volatili, per indicare un andamento più stabile e strutturale dei prezzi.
4 I TIPS (Treasury Inflation Protected Security) sono un tipo di titoli di Stato emessi dal governo statunitense e funzionano in modo simile ai normali titoli di Stato, ma con una differenza fondamentale: il loro valore nominale si adegua all'inflazione. Pertanto, quando l'inflazione aumenta, aumenta anche il capitale del titolo, garantendo agli investitori il mantenimento del potere d'acquisto.
5 Il WTI (West Texas Intermediate) e il Brent sono i due principali benchmark (parametri di riferimento) del petrolio greggio mondiale.
Il WTI è estratto negli USA ed è il benchmark principale per il Nord America.
Il Brent proviene dal Mare del Nord ed è il riferimento per i prezzi del petrolio in Europa, Africa e Medio Oriente: più del 60% delle transazioni internazionali utilizzano come riferimento il Brent.
6 Indice del Dollaro (DXY): misura l’andamento del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei valute estere principali, offrendo un’indicazione immediata del suo valore sui mercati valutari globali.
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