db Premium Magazine February 13, 2026

Una fase di attesa

Le principali variabili macroeconomiche mostrano segnali deboli, in un generale scenario di stabilizzazione dell’inflazione.

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A cura del Team CIO di Deutsche Bank – Private Bank Italy

Contesto macroeconomico

Il mercato del lavoro statunitense ha iniziato l’anno con relativa stabilità, pur restando un po’ fiacco: a dicembre sono stati creati circa 50.000 posti e la disoccupazione è scesa al 4,4%, sostenuta dall’occupazione nel settore della sanità e dei servizi al consumo, mentre nel retail e nell’occupazione federale si è registrata una certa debolezza.

Nel complesso, sembra che il quadro del mercato del lavoro statunitense rimanga all’insegna di un raffreddamento, ma non più in peggioramento come nei mesi passati. L’inflazione è rimasta stabile: il CPI Headline1 è salito dello 0,3% mese su mese e del 2,7% anno su anno, mentre l’indice CPI Core2 ha registrato +0,2% mese su mese e +2,6% anno su anno. I costi degli alloggi sono stati sostenuti, ma i prezzi dei beni hanno mantenuto nel complesso un profilo positivo. Questa combinazione ha rafforzato l’idea di una Fed che rimarrà prudente.

I mercati sono in attesa di segnali più chiari relativi a un raffreddamento dell’economia o dell’inflazione prima di prezzare ulteriori tagli dei tassi di interesse nel breve periodo.

In Europa, l’inflazione si è avvicinata al target della BCE (CPI all’1,9% anno su anno), mentre nel Regno Unito l’inflazione è risalita al 3,4% anno su anno, con servizi core ancora elevati che inducono la Bank of England (BoE) a rimanere in una situazione di attesa.
In Asia, il Giappone ha visto un netto rallentamento dell’inflazione al 2,1% anno su anno, mentre in Cina i prezzi al consumo sono rimasti deboli nonostante il lieve aumento allo 0,8% anno su anno.

Seppure il contesto di disinflazione continui ad offrire supporto allo scenario globale, il mercato del lavoro stabile, le pressioni sui servizi e i rischi esterni mantengono complesso l’avvio dell’anno per le Banche Centrali. 

Obbligazionario

I tassi statunitensi sono saliti leggermente a gennaio, con i Treasury in calo dello 0,1%.

Il decennale è rimasto vicino al 4,25% a fine mese e la curva si è leggermente irripidita. Sul fronte della politica monetaria, la Fed ha lasciato invariati i tassi, ribadendo un approccio paziente. I rendimenti sulle scadenze più lunghe hanno continuato ad assorbire il premio a scadenza e a risentire delle pressioni sull’offerta, con effetti al rialzo.

In Europa, i Bund decennali hanno chiuso intorno al 2,84%, i BTP al 3,46% e i Bonos al 3,21%, con un restringimento moderato degli spread grazie a un miglioramento del sentiment e a un contesto privo di tensioni sul rischio frammentazione3.

Nel complesso, gennaio ha mantenuto i mercati obbligazionari in una fase di attesa: duration USA leggermente negativa e spread dell’area euro in compressione. 

Azionario

Le azioni statunitensi sono salite a gennaio, con l’S&P 500 in rialzo dell’1,5%, il Nasdaq dello 0,9% e le small cap del 5,4%, sostenute da un miglioramento del sentiment macro4  e da un ampliamento della leadership al di fuori delle mega cap. La dispersione settoriale è stata ampia: Energia, Materiali e Beni di Consumo Primari hanno guidato le performance, mentre Sanità, Tecnologia e Finanziari hanno registrato un movimento dei prezzi in direzione opposta al trend precedente.

Anche l’Europa ha mostrato buoni guadagni: l’indice MSCI Europe ha segnato un rialzo del 4,3% grazie alla combinazione di utili robusti e inflazione in calo; i mercati Emergenti hanno registrato un guadagno del +8,9%, favoriti da una rotazione dei capitali verso aree a maggiore beta5.

Complessivamente, il mese di gennaio ha confermato un contesto costruttivo per l’azionario globale, con leadership più ampia, utili resilienti e inflazione in calo a compensare l’incertezza di politica monetaria ad inizio del 2026. 

Materie prime & Tassi di cambio

Le materie prime energetiche hanno mostrato volatilità a gennaio: il Brent si è comunque mantenuto intorno ai 65 USD al barile e ha chiuso il mese vicino ai 67 USD, grazie alle scorte abbondanti e ad un’offerta extra OPEC solida che ha controbilanciato i vari episodi geopolitici. Anche il WTI6 ha registrato picchi occasionali dovuti alle tensioni USA-Iran e ad interruzioni legate al clima, ma è rimasto per lo più nella fascia tra i 60–65 USD.

L’oro, al contrario, ha esteso la straordinaria accelerazione dei mesi passati e oltrepassato i 5.400 USD l’oncia a metà mese e ha chiuso nettamente più in alto nonostante la correzione finale legata alla speculazione sulla nomina del prossimo presidente della Fed.

Sul fronte valutario, il dollaro si è indebolito (con il DXY7 in discesa verso 97), l’euro in salita intorno a 1,18, la sterlina in area 1,35–1,38 e lo yen si è rafforzato fino a circa 153 per dollaro.
Nel complesso, gennaio ha confermato un quadro chiaro: il comparto energetico è stato frenato da un surplus di offerta strutturale, i metalli preziosi sono stati aiutati dall’incertezza macroeconomica e le valute hanno risentito del ribilanciamento dei differenziali di rendimento a livello globale.


1 CPI Headline: l’indice dei prezzi al consumo complessivo; misura l’inflazione includendo tutte le categorie di beni e servizi, compresi i componenti volatili come energia e alimentari.

2 CPI Core: l’indice dei prezzi “di fondo”; misura l’inflazione escludendo le componenti più volatili, in particolare energia e alimentari freschi, per offrire una visione più stabile delle tendenze inflazionistiche a lungo termine, fondamentale per le Banche Centrali (come Fed e BCE) nelle decisioni sui tassi.

3 Il rischio di frammentazione in finanza è la parcellizzazione dei mercati e dei capitali, causata da instabilità geopolitica, divergenze regolamentari o politiche monetarie non uniformi, che ostacola l'efficienza degli scambi e la trasmissione della politica monetaria. Questo fenomeno limita la liquidità, aumenta la volatilità, crea divergenze negli spread dei rendimenti sovrani e frena la crescita globale.

4 Il macro sentiment (o sentimento macroeconomico) si riferisce all'atteggiamento collettivo, alle aspettative e all'umore psicologico di investitori, consumatori e imprese riguardo allo stato di salute generale dell'economia e alle sue prospettive future. A differenza dei dati fondamentali (come PIL o inflazione), che descrivono il passato, il sentiment è un indicatore anticipatore (leading indicator) che misura la fiducia.

5 Il beta in finanza è un coefficiente che misura il rischio sistematico (o volatilità) di un titolo o di un portafoglio rispetto al mercato di riferimento (p.e. indice azionario), ovvero la tendenza del rendimento di un'attività finanziaria a variare in conseguenza di variazioni di mercato: un beta > 1 indica un titolo più volatile del mercato (aggressivo), mentre un beta < 1 indica una minore volatilità (difensivo).

6 Il WTI (West Texas Intermediate) e il Brent sono i due principali benchmark (parametri di riferimento) del petrolio greggio mondiale.
Il WTI è estratto negli USA ed è il benchmark principale per il Nord America.

Il Brent proviene dal Mare del Nord ed è il riferimento per i prezzi del petrolio in Europa, Africa e Medio Oriente: più del 60% delle transazioni internazionali utilizzano come riferimento il Brent Blend.

7 Il DXY (o US Dollar Index) è un indice finanziario che misura il valore del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei principali valute estere: Euro (peso maggiore: 57,6%), Yen giapponese, Sterlina britannica, Dollaro canadese, Corona svedese e Franco svizzero. È uno strumento fondamentale per valutare la forza globale del dollaro. 


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