db Magazine August 11, 2026

Il rischio climatico in Italia può costare fino al 6% del Pil entro il 2050

Il rischio climatico rappresenta sempre più una variabile strutturale per la competitività del Paese e i danni diretti alle infrastrutture italiane causati dal cambiamento climatico potrebbero raggiungere i 5 miliardi annui entro il 2050. È quanto emerge dal report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”.

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I danni diretti alle infrastrutture italiane causati dal cambiamento climatico potrebbero raggiungere i 5 miliardi annui entro il 2050.

A seconda dell'intensità degli impatti economici, potrebbe verificarsi una progressiva riduzione del Pil, compresa tra l'1,6% e il 6% entro il 2050.

Tra le Pmi italiane, però, solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici.

È quanto emerge dal report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, che analizza l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide.

Nel dettaglio, secondo il report, i danni diretti alle infrastrutture sono stimati in circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050.

Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il possibile costo complessivo si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050.

Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all'8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro.

In questo senso, si prevede una progressiva riduzione del Pil compresa fra l'1,6% e il 6% entro il 2050, a seconda dell'intensità degli impatti economici e dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato dal rischio climatico.

A fronte di questo quadro, Deloitte ha promosso una indagine condotta da Ipsos-Doxa, secondo la quale solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio e appena il 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale.

Allo stesso tempo, solo il 14% delle Pmi italiane ha implementato misure a supporto della continuità operativa del business in caso di eventi estremi, così come appena il 10% ha introdotto azioni di adattamento verso infrastrutture e asset fisici.

Nel complesso, emerge un approccio strategico di breve periodo e poco strutturato.

A cura de Il Sole 24 Ore