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September 15, 2026
La resilienza degli USA
I dati macroeconomici mostrano una sostanziale tenuta dell’economia statunitense e i mercati aggiustano le prospettive sui tassi di interesse.
A cura del Team CIO di Deutsche Bank - Private Bank Italy
Contesto macroeconomico
Il quadro macroeconomico statunitense ha continuato a indicare un’attività complessivamente robusta. L’ISM manifatturiero1 è salito a 55,6 punti, contro i 53,9 attesi, raggiungendo il livello più elevato da maggio 2022. Sul fronte occupazionale, il report sul lavoro di luglio ha sorpreso al ribasso: i “Non-Farm Payrolls”2 sono diminuiti di 23 mila unità, contro le attese di un aumento di 85 mila unità e i dati dei due mesi precedenti hanno subito delle revisioni al ribasso. Il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile su livelli storicamente bassi al 4,1%.
L’inflazione, seppur in moderato calo rispetto ai livelli di giugno, è rimasta relativamente elevata a luglio.
L’indice CPI Headline3 dal 3,5% di giugno è sceso al 3,4% su base annua, mentre il CPI Core4 è passato dal 2,6% al 2,5%. Il Personal Consumption Expenditures Price Index5 (PCE) di luglio, la misura di riferimento della Federal Reserve (Fed), ha tuttavia segnalato progressi più contenuti nel processo di disinflazione. La componente core si è attestata al 3,3% su base annua.
Nel complesso l’economia statunitense è rimasta resiliente, anche se la crescita del PIL ha mostrato un rallentamento dal 2,5% annuo del primo trimestre all’1,5% del secondo (dati di crescita trimestrali annualizzati). La combinazione tra inflazione persistente e crescita ancora sostenuta ha contribuito a solidificare le aspettative di tassi più elevati lungo l’arco del mese di agosto.
A livello globale, il quadro inflazionistico è rimasto eterogeneo.
Nell’area euro, il CPI headline di agosto ha registrato, dal 2,9% di luglio, un’accelerazione dell’inflazione al 3,3% su base annua, principalmente per effetto della componente energetica, che ha riscontrato un aumento annuo del 14,3%; l’inflazione Core si è invece attestata al 2,4% e quella dei servizi al 3,0%.
Nel Regno Unito, i dati di luglio hanno mostrato un indice CPI Headline3 al 2,9% annuo, in aumento dal 2,6%, mentre il CPI Core4 è rimasto stabile al 2,6% e l’inflazione dei servizi è scesa al 3,4%.
In Giappone, l’inflazione complessiva di luglio si è attestata all’1,9% annuo; anche l’indice al netto degli alimentari freschi è salito dell’1,8%, mentre la misura che esclude sia gli alimentari freschi sia l’energia è aumentata dell’1,9%.
In Cina, l’inflazione ha continuato a rimanere modesta con il CPI headline di luglio che è cresciuto dello 0,5% su base annua e che ha registrato una flessione su base mensile.
Obbligazionario
Per il mercato obbligazionario statunitense il mese di agosto è stato caratterizzato da elevata volatilità che si è a sua volta trasmessa sui mercati globali. Le pressioni si sono concentrate soprattutto sui titoli con scadenze più lunghe, alimentate da inflazione persistente, timori fiscali legati alla sostenibilità dei debiti pubblici e tensioni geopolitiche. L’annuncio del Tesoro statunitense di ampliare il programma di riacquisto dei titoli di Stato a lunga scadenza ha fornito soltanto un sostegno momentaneo alle quotazioni.
Pertanto, i Treasury hanno registrato un andamento complessivamente debole sulle scadenze più lunghe, con il rendimento del decennale USA che ha chiuso il mese di agosto al 4,75% (dopo aver toccato i livelli più elevati degli ultimi 19 mesi) e con il rendimento del trentennale che nel corso del mese ha raggiunto un massimo del 5,31%.
Sul fronte della politica monetaria, il simposio di Jackson Hole ha rafforzato un’impostazione restrittiva da parte della Fed. Nel suo intervento, Warsh ha sottolineato che le condizioni finanziarie non risultano particolarmente restrittive e che l’inflazione di fondo resta troppo elevata per poter dichiarare conclusa la fase di contrasto alla crescita dei prezzi. Ha inoltre indicato che, in questa fase, la Fed è maggiormente concentrata sul mandato inflattivo che sui rischi per l’occupazione.
Pur senza fornire indicazioni definitive sulle prossime mosse, il discorso di Warsh ha contribuito a rafforzare le aspettative di un rialzo dei tassi alla riunione del 16 settembre: la probabilità implicita di mercato, oscillata per gran parte di agosto tra il 30% e il 40%, è salita entro fine mese intorno al 60%.
In Europa, durante agosto i rendimenti dei Paesi Core6 sono rimasti su livelli elevati e hanno registrato un rialzo nel mese in linea con le controparti statunitensi: il Bund decennale ha chiuso al 3,32%, il massimo livello dal 2011. Gli spread governativi hanno mostrato un andamento differenziato: le tensioni fiscali e politiche hanno inciso soprattutto sui titoli di Stato francesi, seppur anche i rendimenti del BTP siano aumentati.
Azionario
Agosto è stato generalmente un buon mese per i mercati azionari nel loro complesso, sostenuti da dati macroeconomici resilienti e risultati societari solidi. L’S&P 500 ha guadagnato il 2,7%, toccando un nuovo massimo il 13 agosto, mentre lo STOXX 600 è salito dello 0,5%, dopo aver raggiunto un record l’11 agosto. Anche i mercati Emergenti hanno registrato una performance positiva, con un rialzo del 3,4%.
La leadership è rimasta concentrata nei comparti legati alla tecnologia e all’intelligenza artificiale: il settore tecnologico dell’S&P 500 è avanzato del 6,2%, il Nasdaq del 4,0% e le Magnifiche Sette7 del 4,4%. Altri asset hanno mostrato variazioni relativamente più contenute dopo le forti oscillazioni registrate all’inizio dell’anno: il Philadelphia Semiconductor Index8 ha guadagnato il 2,0% ad agosto, dopo quattro mesi consecutivi caratterizzati da movimenti a doppia cifra in entrambe le direzioni.
In Europa, il mercato francese ha sottoperformato, penalizzato dall’aumento del rischio politico e dalle preoccupazioni sulla sostenibilità delle finanze pubbliche in vista delle elezioni del 2027. Le tensioni hanno colpito oltre ai titoli di Stato francesi soprattutto le banche, sensibili all’incertezza sul percorso di bilancio.
Materie prime & Tassi di cambio
I prezzi del petrolio sono rimasti sostanzialmente stabili ad agosto, tra segnali di possibili allentamenti delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e persistenti elementi di incertezza circa il traffico marittimo nello stretto di Hormuz. Il Brent9 ha registrato la variazione mensile più contenuta dell’anno guadagnando lo 0,4%, attestandosi a USD 90,49. Anche il gas naturale ha chiuso il mese in rialzo, sia in Europa sia negli Stati Uniti.
Al di là delle materie prime energetiche, i prezzi delle materie prime agricole hanno registrato aumenti significativi, risentendo della chiusura dello Stretto di Hormuz e degli effetti del fenomeno climatico El Niño.
L’oro e l’argento hanno beneficiato delle preoccupazioni per l’inflazione e per i livelli elevati dei debiti pubblici. Nel mese, l’oro è salito del 9,7% a USD 4.437 l’oncia. La dinamica è stata tuttavia volatile: nell’ultima settimana del mese il rafforzamento del dollaro e il rialzo dei tassi reali hanno determinato un ridimensionamento dei guadagni, senza annullarne il progresso mensile.
Sul fronte valutario, il dollaro statunitense si è indebolito per il secondo mese consecutivo, con l’Indice del Dollaro10 (DXY) in calo dello 0,5%. Il movimento ha riflesso il confronto tra dati statunitensi contrastanti e aspettative di una Fed ancora restrittiva, in un contesto nel quale l’aumento dei rendimenti e le tensioni geopolitiche hanno comunque fornito sostegno alla valuta nelle fasi di maggiore avversione al rischio.
Nel mese di agosto, l’euro si è apprezzato dello 0,8% rispetto al dollaro e dello 0,3% rispetto alla sterlina.
1 L’ISM manifatturiero è un indice mensile elaborato dall’Institute for Supply Management sulla base di un’indagine condotta presso i responsabili degli acquisti delle imprese manifatturiere statunitensi. Misura l’andamento dell’attività del settore: un valore superiore a 50 punti indica espansione, mentre un valore inferiore a 50 segnala contrazione.
2 I Non-Farm Payrolls (NFP) misurano la variazione netta mensile dell’occupazione nel settore non agricolo degli Stati Uniti e sono pubblicati dal Dipartimento del Lavoro statunitense. Rappresentano un indicatore rilevante dello stato di salute dell’economia americana, poiché l’andamento dell’occupazione può incidere su consumi, inflazione, produzione e decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse.
3 CPI Headline: l’indice dei prezzi al consumo complessivo; misura l’inflazione includendo tutte le categorie di beni e servizi, compresi i componenti volatili come energia e alimentari.
4 CPI Core: l’indice dei prezzi al consumo “di fondo”; misura l’inflazione escludendo alimentari ed energia, componenti spesso soggette a maggiore volatilità, e viene utilizzato per osservare le pressioni di prezzo sottostanti.
5 Personal Consumption Expenditures Price Index (PCE): indice dei prezzi delle spese per consumi personali negli Stati Uniti. È la misura d’inflazione di riferimento della Federal Reserve e considera i cambiamenti nella composizione dei consumi delle famiglie.
6 Con l’espressione Paesi Core si indicano le principali economie dell’area euro caratterizzate da elevata solidità macroeconomica, finanze pubbliche relativamente sostenibili e mercati obbligazionari percepiti come più sicuri. In genere il termine fa riferimento a Paesi come Germania, Francia, Paesi Bassi e Austria, i cui titoli di Stato fungono spesso da benchmark per i rendimenti e per la valutazione degli spread all’interno dell’area euro.
7 Le Magnifiche Sette sono un gruppo composto da Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla.
8 Philadelphia Semiconductor Index: indice che raggruppa 30 tra le maggiori società di semiconduttori quotate negli Stati Uniti. È ampiamente utilizzato come benchmark per valutare la performance del settore dei chip e come indicatore della domanda globale di tecnologia.
9 Il Brent è il benchmark del petrolio greggio che proviene dal Mare del Nord ed è ampiamente utilizzato come riferimento per i prezzi del petrolio in Europa, Africa e Medio Oriente.
10 Indice del Dollaro (DXY): misura l’andamento del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei valute estere principali, offrendo un’indicazione sintetica del suo valore sui mercati valutari globali.
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